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sexta-feira, 9 de maio de 2008

Eça de Queiróz



di Salvatore Statello

(Il Faro, n° 17/20, 2000)


Cento anni fa, il 15 agosto 1900, moriva a Parigi José Maria Eça de Queirós. Era nato nel 1845 a Pavoa de Varzim (un paese sopra Oporto). Figlio di magistrato, dopo gli studi in legge e i primi tentativi di lavoro nella pubblica amministrazione e nell’avvocatura, ha intrapreso la carriera diplomatica. È stato console a Cuba, New Castel, Bristol e infine a Parigi, dove si è spento.

Durante il periodo universitario a Coimbra, partecipò attivamente alle lotte studentesche contro il romanticismo ormai agonizzante. Lo stesso Eça tenne una conferenza nel casinò della città sull’affermazione del realismo come nuova espressione d’arte. I nuovi modelli, presi dalla cultura francese e inglese, erano Nerval, Hugo, Heine, Zola, Poe, Swift, Dickens e Flaubert. Condusse una vita da “dandy” e viaggiò anche nel Medio Oriente, proprio per assistere all’inaugurazione dell’apertura del canale di Suez.

Aveva collaborato a vari periodici, ma la sua affermazione avvenne nel 1875 con la pubblicazione di La colpa di don Amaro. Una prosa mai vista prima in Portogallo. Con una tagliente ironia, “la santa ironia”, smaschera i vizi del mondo bigotto che ruota attorno alla chiesa di un paesino di provincia. Successivamente è stata la volta de: Il cugino Basilio, Il mandarino, La reliquia, I Maia, L’illustre casata dei Ramires (tutte opere già tradotte in italiano, presenti nella vecchia collana della BUR).

Anche grazie al fatto di vivere lontano dal proprio paese, per impegni di lavoro, lo scrittore poté vedere con un certo distacco la realtà portoghese e, quindi, sferzarne i costumi. Nelle sue opere, non lasciò niente d’inesplorato. Dai vizi della chiesa all’incesto, dalla piccolezza morale dei grandi uomini illustri allo squallore della infedeltà coniugale e dei ricatti, dalla vita di provincia a quella della metropoli, rendendosi conto dell’abisso fra la concezione di un ideale infinito e il limite e la meschinità di questo mondo angusto e circoscritto.

La morte, per tubercolosi, lo colse mentre curava la pubblicazione di La città e le montagne: una specie di testamento/riconciliazione con la madrepatria. Dopo una critica serrata alla tecnologia di allora, all’amata/odiata città, questa volta Parigi, capitale della fatuità, il protagonista ritrova la gioia e la forza di vivere nella semplicità e nella pace delle montagne della sua fanciullezza.

Tante altre opere sono state pubblicate postume.

La grandezza di Eça de Queirós, forse ha subito il destino della sua patria, cioè quello di restare ai margini dell’Europa e, nel suo caso, sconosciuto a favore di altri scrittori le cui nazioni si sono imposte per importanza anche a livello politico. Già lo stesso Zola aveva detto: “I Portoghesi hanno un grande scrittore, quale la Francia ne conta ben pochi: Eça de Queirós”. Forse con la nuova concezione di Europa, anche alcuni grandi scrittori, rimasti conosciuti soltanto a pochi, appartenenti a nazioni che, per importanza ed intrighi politici, hanno avuto una storia ai margini di quella europea, s’imporranno all’attenzione di un pubblico sempre più vasto.

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